Mauro Abbate racconta il suo triathlon da record: da Oristano a Capo Nord

Settemila chilometri, in bici e a nuoto. Tra ghiaccio, gallerie, piogge insistenti e mancanza di ossigeno. L'intervista.

Il triathleta Mauro Abbate è il protagonista di una impresa straordinaria. Sardo, classe 1987, è la prima persona ad aver raggiunto da Oristano Capo Nord con un triathlon di 7 mila km, nuotando per 230 km sopra il Circolo Polare Artico. Praticamente il triathlon più lungo al mondo, tra condizioni ambientali avverse e percorsi che non perdonano errori di preparazione e pianificazione. Con la consapevolezza, sempre inalterata, di potercela fare.

Nonostante le gelide e turbolente acque delle isole Lofoten e i numerosi branchi di meduse che ne hanno accompagnato il percorso a nuoto tra scogliere a picco. O il labirintico sistema di gallerie norvegesi dove talvolta era problematica la respirazione per mancanza di ossigeno e la difficoltà, in terra lappone, di procurarsi il cibo.

Il coronamento di un sogno e di una sfida vinta con se stesso per dimostrare che non c’è limite che non possa essere superato. Diventato oggi coach professionista e speaker motivazionale, Mauro Abbate si fa portavoce della sua esperienza nelle scuole come nelle aziende.

Mauro Abbate dal profilo Fb.

DOMANDA. Mauro Abbate, otto anni fa l’incontro con il triathlon
RISPOSTA. È iniziato tutto quando, ragazzino, praticavo atletica leggera. Mi dedicavo alle gare di resistenza: mezzofondo, nuoto e ciclismo. Un giorno ho ricevuto da un amico l’invito a partecipare insieme a lui a una gara di triathlon sulla spiaggia di Oristano, la mia città. Per entrambi era una novità. Arrivai prima di lui, nonostante fosse più esperto di me. E così si accese, otto anni fa, la fiamma dell’agonismo.

Quindi sono arrivate le prime competizioni.
Sì, iniziai a fare gare di triathlon, da quelle di sprint al supersprint fino alla distanza olimpica. Con la consapevolezza, ogni volta, che ciò che mi appagava maggiormente era gareggiare sulle lunghe distanze.

C’è una gara in particolare che le è rimasta dentro?
Me ne viene in mente una disputata nel 2014, la Bellagio Triathlon. Una competizione particolarmente impegnativa, caratterizzata dalle ripide salite e dal percorso a nuoto non proprio agevole per via dell’acqua ferma. Resa ancora più difficile, quel giorno, dalla pioggia a dirotto. Ne ricevetti una sensazione nuova. Era partita una sfida contro me stesso e contro la natura, anche se poi è sempre la natura a vincere. E lì mi sono accorto della mia capacità di resilienza, per superare i miei limiti e andare oltre l’agonismo.

E come si va oltre l’agonismo?
Prima ti concentri su te stesso, e superi i tuoi limiti. Poi ti guardi intorno per vedere cosa è stato fatto nel mondo. Continuare a confrontarsi con se stessi per anni e alzare sempre più l’asticella mi ha portato a realizzare qualcosa che non era mai stato realizzato.

Ha abbandonato il suo lavoro da programmatore per dedicarsi a questa sfida.
Era diventato un ostacolo. Così giunsi alla decisione di licenziarmi per dedicarmi alla realizzazione di un grande viaggio in bicicletta per raggiungere i punti più estremi dell’Europa fino a Capo Nord. Una sfida nuova, mai tentata prima.

I risultati non sono però arrivati subito.
Al primo tentativo in solitaria in bicicletta nel 2016, dopo sette mesi e 9 mila km, sono arrivato fino in Olanda senza raggiungere la meta prestabilita. Mentalmente stanco, sono dovuto rientrare a casa. Ma continuavo a pensare all’obiettivo.

Come è uscito da questa impasse?
Ho cominciato a pianificare un nuovo percorso con una particolare attenzione al tratto norvegese dove freddo, pioggia, fiordi e gallerie sono gli ostacoli principali. Non è rara la possibilità di dover affrontare gallerie senza poter passare in bici. Un labirinto nel quale è vietato sbagliare se non vuoi trovarti costretto a stravolgere la pianificazione del percorso.

Al nuovo tentativo è riuscito a realizzare il suo obiettivo.
Sono partito da Oristano con la bici fino a Cagliari. Da lì ho preso il traghetto fino alla Sicilia per risalire tutta la Penisola e proseguire in Austria, Germania, Danimarca. Giunto al Circolo Polare Artico ho abbandonato la bici e ho affrontato un tratto di 230 km a nuoto. Praticamente la lunghezza delle isole Lofoten.

Quando è stato in mare?
Ventiquattro giorni a una media di quasi 10 chilometri al giorno.

Ma era solo?
Mi ha assistito l’amico Lorenzo Barone con un gommone che trasportava viveri, tende e sacchi a pelo. Attracco serale a riva e ripartenza la mattina seguente. Terminato il tratto a nuoto, è iniziato quello a piedi. Altri 1.000 km ed ero finalmente a Capo Nord, sogno realizzato.

Per affrontare una sfida del genere conta più la preparazione mentale o quella fisica?
Preparazione fisica, mentale e logistica sono alla base di una impresa come questa e richiedono almeno un anno di lavoro. Dal punto di vista mentale ti devi preparare al peggio, cosa che è probabile si verifichi. Freddo e pioggia sono pericoli ricorrenti, per abituarmi ho cominciato ad allenarmi sotto la pioggia fino a considerarla una condizione normale e a non temerla più. Dal punto di vista fisico invece mi allenavo tutti i giorni, alternavo nuoto e bici. Per vincere la paura del freddo e di notti da affrontare in condizioni estreme dormivo con le finestre sempre aperte e facevo docce gelate. Ero così riuscito ad allenare simultaneamente il corpo e la mente. La pianificazione poi deve essere rigorosa, nessun particolare può essere trascurato.

Ma non è tutto prevedibile in gare come queste.
Qualcosa che non è pianificabile in maniera assoluta è l’alimentazione. Avevo il mio fornellino da campo, le mie scorte di viveri e ogni tanto facevo un po’ di spesa. Mi cibavo essenzialmente di avena, noci, mandorle, frutta secca e, ogni sera, pasta. La vera scoperta è stato il burro di arachidi, un vero e proprio carburante per l’apporto di proteine e grassi.

Ha mai rischiato di rimanere senza cibo?
Sì, quando non avevo la possibilità di rifornirmi, soprattutto in Lapponia dove i villaggi sono distanti decine di chilometri. Un giorno ne avevo già fatti 30 e il cibo scarseggiava. Per fortuna sulla mia strada ho incrociato una persona che mi ha ospitato in casa e rifocillato. Mi mancavano solo due giorni a Capo Nord ma senza questo aiuto raggiungere il traguardo sarebbe stato molto più arduo. Non è stato comunque il momento peggiore.

Quali altre difficoltà ha dovuto affrontare?
Il primo momento critico l’ho vissuto nel tratto a nuoto. Le temperature, sia dell’aria sia dell’acqua, erano più basse del previsto. A quelle condizioni era impossibile affrontare i 10 chilometri giornalieri che avevo programmato. Non solo, già dal primo giorno mi sono trovato di fronte al pericolo dei banchi di meduse che mi hanno accompagnato per chilometri. Poi c’era la corrente che mi sballottava e mi impediva di mantenere una bracciata regolare, e un calzare bucatosi la sera prima faceva entrare più acqua del dovuto, oltre alla scogliera a picco particolarmente alta.

Ha mai avuto paura di non farcela?
Sì, ma al panico ho risposto con la tecnica della visualizzazione. Immaginavo il momento in cui avrei toccato il ferro di Capo Nord e subito sentivo nuova adrenalina.

Oltre al mare, cos’altro è stato particolarmente difficile da affrontare?
Un altro momento critico c’è stato a poco più di sette chilometri dalla meta. Dovevo affrontare una galleria che scendeva fino a 200 metri sotto il livello del mare: a una discesa di tre chilometri al buio in una galleria enorme, seguiva una salita ripidissima. Nel punto più basso mancava completamente l’ossigeno, le ventole della galleria oltretutto erano ferme. Non nascondo che ne sono rimasto un po’ traumatizzato anche perché si trattava dell’ultimo sforzo. Oggi, ogni volta che affronto una galleria, qualcosa si riaccende in me.

Questa esperienza estrema l’ha cambiata?
Sì, e oggi la trasmetto a tutti coloro che si pongono sfide importanti. Tutti hanno obiettivi da raggiungere, non necessariamente estremi come il mio. Ma il modo di affrontarli è lo stesso. Imporsi una data, lavorare sodo, credere nel raggiungimento dell’obiettivo. E poi tutta una serie di fattori che permettono di raggiungerlo, tra questi il confronto con i tuoi alleati che ti aiutano e ti sostengono per il suo raggiungimento. Nel mio caso sono stati il team, gli sponsor e il mio amico Lorenzo. Per questo faccio oggi il coach professionista e lo speaker motivazionale. Ma una nuova impresa è già nell’aria.

di Francesco Bellini

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it...

Leggi tutto

Tags: [+]pioggia buio in una galleria ghiaccio traumatizzato Lettera 43 strada gallerie bici bicicletta lungo contro ferma galleria paura

Fonte: Lettera 43